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venerdì 21 ottobre 2011

Enea, Virgilio e l'Eneide

Fin dalle prime battute, di Enea, l'eroe che dà il nome al poema epico virgiliano, viene mostrato principalmente il lato umano, il suo essere esule, fuggiasco, solo e travagliato. Egli, il "pius" per eccellenza, l'uomo rispettoso dei vincoli divini e della Patria, appare lo strumento utilizzato per la provvidenziale fondazione di Roma, secondo Virgilio già scritta e stabilita dal Fato. Enea non è quindi l'eroe individuale che combatte per fama e gloria, alla stregua di Achille e Odisseo, bensì l'uomo destinato a fondare la stirpe romana. Il suo essere completamente in mano al destino lo rende un burattino, un fantoccio del quale si prevedono le mosse; ma è inevitabile che sia così: L'Eneide ha come scopo, d'altronde, quello di celebrare la grandezza e la potenza di Roma. Freddo, distaccato, debole, finisce per sembrare privo di carattere ed egli stesso preoccupato dalle sventure che dovrà affrontare per raggiungere il Lazio; la prima volta che viene nominato, chiede grazia agli dei e si dispera di non essere caduto in battaglia, completamente terrorizzato dalla tempesta che perversa intorno a lui. L'epiteto che subito Virgilio gli assegna è "pius": è proprio per questa sua sottomissione "morale" nei confronti degli dei e del Fato, che rappresenta il mezzo per la fondazione di Roma, l'uomo "sfruttato" per il bene di tutti. Sappiamo che Virgilio si distacca dal modello omerica nella rappresentazione di Enea, e anche nel pensiero che ha per le divinità fa lo stesso: con fare angosciato il poeta si chiede perchè gli dei possano
accanirsi su persone pie, umili e valorose come Enea (Tali nell'animo dei celesti le ire?). Potrebbe essero questo uno stratagemma utilizzato da Virgilio per rafforzare e consolidare la "pietas" di Enea?

Francesco Garamanti

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